Nell’Odissea, su consiglio di Circe e conscio dei pericoli che lo attendono, Ulisse si rimette in viaggio. E fa degli incontri mostruosi.
Lasciata Circe, che prima della partenza mette in guardia Ulisse sui pericoli che lo attendono, nell’Odissea l’eroe affronta il canto delle Sirene, creature per metà donne e per metà uccelli capaci di ammaliare i naviganti con una voce che promette conoscenza assoluta, portandoli però a naufragare tra le ossa dei marinai precedenti accumulate sulla spiaggia.
Seguendo il consiglio della maga, Ulisse fa tappare con cera d’api le orecchie dei compagni e si fa legare all’albero maestro della nave. In questo modo può ascoltare il canto senza rischiare di gettarsi in mare, unico mortale nel mito a sopravvivere all’esperienza.
La tradizione colloca l’episodio presso le isole Li Galli, un piccolo arcipelago di tre isolotti al largo della costiera amalfitana, visibile ancora oggi navigando tra Positano e Capri, il cui nome antico, Sirenuse, mantiene memoria diretta del mito.
Le isole, di proprietà privata dal Novecento e appartenute in passato anche al celebre ballerino russo Rudolf Nureyev, non sono normalmente visitabili all’interno, ma si possono ammirare da vicino con escursioni in barca partendo da Positano, che permettono di costeggiare gli isolotti e cogliere lo scenario che ispirò per secoli pittori e viaggiatori del Grand Tour.
Scilla e Cariddi, i mostri dello stretto di Messina
Superate le Sirene, Ulisse deve affrontare il passaggio più temuto del viaggio: uno stretto braccio di mare sorvegliato da due mostri opposti, Scilla, creatura dai sei teste canine che ghermisce i marinai dalla sua tana in una rupe, e Cariddi, un vortice capace di inghiottire intere navi tre volte al giorno per poi rigettarle.
Costretto a scegliere tra i due pericoli, Ulisse segue il consiglio di Circe e naviga più vicino a Scilla, sacrificando sei compagni afferrati dai colli mostruosi piuttosto che rischiare la perdita dell’intera nave nel vortice di Cariddi.
Fin dall’antichità lo stretto di Messina, che separa la Sicilia dalla Calabria con correnti spesso violente generate dall’incontro tra il mar Tirreno e lo Ionio, è stato identificato con il passaggio tra i due mostri. Un’associazione già presente negli scrittori greci e latini e mantenuta viva dalla toponomastica locale: sulla sponda calabrese sorge ancora oggi il comune di Scilla, il cui castello Ruffo domina un promontorio roccioso che la tradizione popolare indica come la tana del mostro omerico.
Sul lato opposto, verso Torre Faro in Sicilia, le correnti di marea create dal fenomeno delle bore di Messina generano tuttora vortici visibili, eco naturale della Cariddi descritta da Omero.
Scilla, borgo marinaro tra i più suggestivi della Calabria, si visita passeggiando nel quartiere di pescatori di Chianalea, le cui case a picco sul mare hanno fatto guadagnare al luogo il soprannome di piccola Venezia del Sud. Il castello Ruffo, oggi sede di eventi culturali, offre dal suo belvedere una vista diretta sullo stretto e, nelle giornate più limpide, sull’Etna all’orizzonte.
Le escursioni in barca lungo la costa permettono di osservare da vicino la suggestiva scogliera che il mito indica come dimora di Scilla.
L’isola del Sole e l’errore fatale dei compagni
Superato lo stretto, la flotta approda su Trinacria, isola sacra al dio del Sole, dove pascolano indisturbate le sue mandrie di buoi e greggi di pecore, che né uomini né dei possono toccare pena una punizione severa. Bloccati dal maltempo per un mese intero e ridotti alla fame, i compagni di Ulisse, mentre l’eroe dorme, cedono alla tentazione e sacrificano alcuni capi di bestiame sacro, credendo di poter placare la divinità con offerte votive.
La vendetta del dio del Sole, che minaccia di portare la luce agli inferi se non punito, spinge Zeus a scatenare una tempesta che distrugge la nave e uccide tutti i compagni superstiti, lasciando Ulisse come unico sopravvissuto.
L’identificazione di Trinacria con la Sicilia risulta tra le più solide dell’intero poema, sostenuta dallo stesso nome antico dell’isola, che richiama la sua forma triangolare. Un nome che i Greci utilizzarono per secoli prima dell’adozione del nome attuale, derivato invece dal popolo dei Siculi.
Il simbolo della Trinacria, tre gambe piegate attorno a una testa di Medusa, campeggia ancora oggi sulla bandiera regionale siciliana, a testimonianza di quanto il legame tra mito omerico e identità del territorio resti vivo nella cultura popolare contemporanea, ben oltre i confini della sola narrazione letteraria.
Il nostro consiglio: un itinerario ideale per questa tappa può concentrarsi sulla costa tra Scilla e lo stretto di Messina, facilmente raggiungibile in traghetto da Villa San Giovanni o Reggio Calabria, per poi proseguire verso la costiera amalfitana alla ricerca delle isole Li Galli, magari con base a Positano.
Sei mai andato alla ricerca di Scilla e Cariddi attraversando lo stretto di Messina?